La storia del Salento

L’UNITA’ D’ITALIA NEL SALENTO

giuseppe garibaldi

Giuseppe Garibaldi

Con Garibaldi le cose non andarono meglio. Dimenticate per un attimo i libri di scuola.

Il 5 maggio 1860 partì la celebre spedizione dei mille, al comando di Giuseppe Garibaldi, l’eroe dei due mondi. Ma fu davvero un eroe?

Anche passando sul fatto che Garibaldi si fece aiutare, in Sicilia, da ben 500 mafiosi (ebbene si, la mafia esisteva anche allora, solo era in fase nascente), non possiamo dimenticare che quando arrivò nel Meridione, Garibaldi fu salutato come un liberatore. Ma perché? Solo perché, in cambio di aiuti militari, anche contro i filo-borbonici, promise ai contadini una massiccia riforma agraria, che gli avrebbe permesso di acquistare in proprietà un pezzo di terra, per liberarsi finalmente dal giogo dei signori. Ma non fu così. Garibaldi non mantenne le promesse date, tanto che nel 1868 scrisse ad Adelaide Cairoli: “(…) non rifarei la via del sud, temendo di essere preso a sassate (…)”. Si, Garibaldi aveva fatto il classico gioco del furbetto: promettere cose che sapeva non avrebbe mai mantenuto. E dopo non andò meglio per le già tanto martoriate genti del Sud.

Insomma, il governo borbonico non aveva cambiato di molto la condizione dei contadini e il successivo governo sabaudo e poi repubblicano non fecero di meglio. Anzi.


LIBORIO ROMANO

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Ad accorgersi di tutto ciò fu un certo Liborio Romano.

Originario di Patù, piccolo paese del Sud Salento, fu dapprima docente di diritto Civile e Commerciale presso l’Università di Napoli e poi politico, sia sotto il regno borbonico che quello d’Italia, senza soluzione di continuità.

Liborio Romano, proprio per questa doppia anima (lealista con i Borboni e stretto collaboratore di Cavour e Garibaldi, tanto che da questi ottenne la conferma della precedente carica di Ministro dell’Interno e di Polizia), fu tacciato dalla storia come una sorta di infame, imbroglione e doppiogiochista. Ma la storia è stata frettolosamente ingiusta con quest’uomo, simbolo, invece, del disagio del mondo contadino – di cui lui ha fatto parte in virtù delle sue origini e del suo stretto legame con il Salento e la sua Patù – nei confronti della politica borbonica di repressione dei moti contadini nonché attento lettore della realtà e dell’ineluttabile declino del regno borbonico.

Liborio Romano sapeva perfettamente che l’Unità d’Italia si sarebbe realizzata e fece in modo di convincere re Ferdinando II ad abbandonare la reggenza spontaneamente, evitando inutili spargimenti di sangue.

Fu un uomo odiato e amato. Perseguito e osannato. Ma fu il vero e proprio portavoce del Meridione nel nascente Regno d’Italia. Nelle prime elezioni politiche del 1861 fu eletto in ben otto circoscrizioni, ottenendo più di 400.000 preferenze, tanto da essere in assoluto il candidato più votato di tutto il regno, giocandosela, in alcune circoscrizioni, con il più noto Silvio Spaventa.

Liborio, però, commise un errore di prospettiva, in buona fede. Non fu in grado di prevedere le mosse sabaude successive, quelle politiche, insomma, di impoverimento programmato del Sud Italia, convinto, invece, che avrebbe ottenuto benefici dalle politiche unitarie e dalla nascente repubblica.

A riprova di quanto anzidetto, Liborio, non appena iniziò a scorgere i disegni sabaudi, prese a scrivere a Cavour, indicando precisamente e ampiamente tutte le problematiche che riuscì a riscontrare nel Meridione. Cavour, dal canto suo, s’impegnò fortemente ad incontrare Romano per trovare una soluzione alla nascente questione meridionale, ma morì prima di farlo (6 giugno 1861).

Insomma, molti videro nell’Unità d’Italia la speranza di cambiamento per le genti del Sud, una speranza che si vanificò quasi subito, tanto che nel 1865 l’anziano Liborio Romano, stanco e (immagino) avvilito, si ritirò a vita privata, tornando nella sua Patù fino al 1867, anno della sua morte.


IL PROGRESSO TECNOLOGICO NEL REGNO DELLE DUE SICILIE

regno2sicilieMa la storia, cari lettori, non è tale se non si racconta tutta.

Il Meridione e il Salento in particolare non erano solo terre di malcontenti durante la dominazione borbonica. Anzi. Vi erano anche casi di vere e proprie eccellenze produttive. Vi erano realtà molto avanzate, tanto da competere con le più grandi e sviluppate economie dell’intera Europa. Sappiamo bene che la storia è fatta di sfaccettature, di luci e ombre, di depressioni e riprese. Ebbene, l’epoca borbonica ha conosciuto sia grandi proteste che grandi realtà economicamente progredite.

Giusto per darvi qualche numero, secondo i dati del CNR dell’Università di Catanzaro, nel 1861 gli addetti impegnati nell’industria meridionale erano 1,25 milioni: la percentuale della popolazione attiva che si dedicava alla manifattura era addirittura superiore con il 22,8%, contro il 15,5 per cento del Centro-Nord, per non parlare del fatto, ormai risaputo oggigiorno, che il Regno delle due Sicilie era il terzo in Europa per ricchezza economica e per occupazione nell’industria e nelle campagne, basti pensare che nel 1856, alla rassegna internazionale di Parigi il Regno delle due Sicilie ricevette il terzo posto sul podio, dopo Inghilterra e Francia, per lo sviluppo industriale.

Testimonianza di ciò si ritrova nelle parole di Pasquale Villari: “La bellezza del clima, i paesaggi stupendi che circondano Napoli e i molti forestieri che ne chiedono sempre qualche ricordo disegnato o dipinto, avevano fatto sorgere un certo numero di artisti i quali, come per disprezzo, erano dagli accademici chiamati della «Scuola di Posillipo», dal luogo dove abitavano per essere più vicino ai forestieri”.

Insomma, la famosa “scuola di Posillipo” era un po’ come il rinascimento fiorentino: artisti, pensatori, filosofi, letterati, avevano eletto Napoli, sin dal 1700 e fino alla seconda metà del 1800 come città ideale ove soggiornare per partorire le proprie opere. E sappiamo bene che le arti si sviluppano sempre in un territorio pacifico e prosperoso.

Dunque la realtà era variegata: lotte contadine si univano ad una generale situazione di ricchezza del territorio. Ma le lotte, badate bene, non erano contro il re di Spagna, bensì contro i signorotti locali. Visto da un quadro molto più ampio, il periodo borbonico al Sud fu un momento di grande prosperità generale.

Tutto cambiò con l’Unità d’Italia. Attenzione. Qui non si cerca di delegittimare il percorso di unificazione territoriale, anzi. Sono stato e resto dell’idea che l’unità è la chiave del progresso, perché un territorio ed un popolo uniti – pur nelle loro peculiarità – saranno sempre in grado di superare qualsiasi crisi. Ciò chiarito, voglio solo raccontarvi una storia, l’ennesima storia di conquiste. Se per un attimo liberate la mente dal concetto di “unità territoriale” o di “repubblica” e seguite questo breve ragionamento, vi renderete conto che il risorgimento non ha portato all’unità nei modi sperati dai giovani, idealisti, carbonari, i quali sognavano un governo costituzionale, la libertà politica e l’indipendenza dei popoli. No, ha portato solo all’ennesima conquista, una conquista come tutte le altre. Solo che questa conquista venne chiamata “unità”.

L’ITALIA UNITA SOTTO I SAVOIA

stemmasavoiaNel 1861 fu proclamata la nascita del Regno d’Italia sotto il governo dei Savoia. I Savoia non erano altro che una dinastia reale, niente più e niente meno dei Borboni, degli Svevi, degli Angioini, ecc., anch’essi con annessi e connessi: palazzi, rapporti commerciali, debiti e crediti con le banche, ecc.

E a proposito di debiti, siccome i Savoia governavano il regno di Sardegna, dal quale presero poi il famoso Statuto Albertino, una sorta di costituzione, esteso poi all’Italia, si narra che il banco di Sardegna fosse in rosso e che i Savoia, saputo che in Meridione vi fossero banche piuttosto ricche, decisero di inviare forti contingenti militari a prelevare le ricchezze dalle banche del Sud.

Non solo. Prelevarono anche le industrie, come il famoso opificio di Pietrarsa, nato nel 1840 per volere di Ferdinando II di Borbone, prima fabbrica in Europa di locomotive e divenuto, a seguito dell’unità d’Italia, un polo secondario, morto progressivamente e smantellato a favore delle industrie siderurgiche del Piemonte. Ma questa è un’altra storia.

Torniamo alle banche. Lo Stato sabaudo si era dotato di un sistema monetario che prevedeva l’emissione di carta moneta, insomma, una sorta di banconote attuali, mentre il sistema creditizio borbonico prevedeva l’emissione di monete d’oro e d’argento oltre che le fedi di credito (tipo gli assegni) e le polizze notate (una specie di cambiali) la cui forza, però, derivava dall’esatto controvalore in oro versato nelle casse del Banco delle Due Sicilie.

I Piemontesi, però, non potevano convertire le proprie monete su tutto il territorio nazionale, in quanto per ogni lira di carta piemontese non corrispondeva un equivalente valore in oro versato presso l’istituto bancario emittente.

In altre parole la valuta piemontese era carta straccia, mentre quella napolitana era solidissima e convertibile per sua propria natura (una moneta borbonica doveva il suo valore a se stessa in quanto la quantità d’oro o d’argento in essa contenuta aveva valore pressoché uguale a quello nominale).

Secondo lo scrittore e giornalista Nicola Zitara: “Senza il saccheggio del risparmio storico del paese borbonico, l’Italia sabauda non avrebbe avuto un avvenire. Sulla stessa risorsa faceva assegnamento la Banca Nazionale degli Stati Sardi. La montagna di denaro circolante al Sud avrebbe fornito cinquecento milioni di monete d’oro e d’argento, una massa imponente da destinare a riserva, su cui la banca d’emissione sarda – che in quel momento ne aveva soltanto per cento milioni – avrebbe potuto costruire un castello di cartamoneta bancaria alto tre miliardi. Come il Diavolo, Bombrini, Bastogi e Balduino (titolari e fondatori della banca, che sarebbe poi divenuta Banca d’Italia) non tessevano e non filavano, eppure avevano messo su bottega per vendere lana. Insomma, per i piemontesi, il saccheggio del Sud era l’unica risposta a portata di mano, per tentare di superare i guai in cui s’erano messi”.

Sarà per questo motivo che il neonato governo italiano ritenne necessario l’intervento dell’esercito regio e l’emanazione di leggi speciali (la legge Pica, 1863), che applicavano la legge marziale nei territori del Mezzogiorno italiano.

Difatti fu immediatamente impedito al Banco delle Due Sicilie (diviso poi in Banco di Napoli e Banco di Sicilia) di rastrellare dal mercato le proprie monete per trasformarle in carta moneta così come previsto dall’ordinamento piemontese, poiché in tal modo i banchi avrebbero potuto emettere carta moneta per un valore di 1200 milioni e avrebbero potuto controllare tutto il mercato finanziario italiano (benché ai due banchi fu consentito di emettere carta moneta ancora per qualche anno). Quell’oro, invece, attraverso apposite manovre passò nelle casse piemontesi.

Ciò dimostra come l’occupazione sabauda nel Mezzogiorno fu un’operazione volta ad ottenere denaro contante e il controllo dell’emissione delle monete, con conseguente controllo finanziario ed economico. Ciò, unito allo smantellamento delle industrie al Sud, provocò un vero e proprio impoverimento, tanto che si iniziò a parlare di “questione meridionale” e si dovette inviare contingenti di soldati per ben 15 anni, tanto fu la resistenza popolare al Sud Italia. Una resistenza che ha portato all’uccisione di un milione di persone, abitanti delle regioni del Sud, briganti e non, tanto che Nino Bixio disse, nel 1863, in Parlamento: “Un sistema di sangue è stato stabilito nel Mezzogiorno. C’è l’Italia là, signori, e se volete che l’Italia si compia, bisogna farla con la giustizia, e non con l’effusione di sangue”. Nino Bixio, non un brigante.

Per approfondire guarda il reportage sul brigantaggio del programma televisivo “Geo&Geo”

LE LOTTE PER LA TERRA AI PRIMI DEL ‘900

Contadini al lavoroDurante i primi decenni del ‘900 le cose andarono di male in peggio. Il Salento era ancora, come tutto il Meridione, terra di dominio del signoraggio locale, che nel frattempo s’era incattivito, data anche la situazione politica nazionale alquanto confusa che aveva lasciato un ampio spazio di manovra ai nobili, borghesi e grandi latifondisti. Erano tempi di guerra e i contadini furono mandati al fronte senza nemmeno sapere per chi e contro chi combattessero, spinti da un governo che non sentivano loro a combattere per motivi che non gli appartenevano minimamente, ma furono convinti dalle promesse del governo: “appena tornati dalla guerra, vi daremo le terre da coltivare”. Certo questa promessa l’avevano già sentita, ma la fame e la disperazione portano a credere alle promesse, soprattutto se fatte da galantuomini, funzionari dello Stato, politici.

Ma la promessa non fu mantenuta. Al contrario, furono emanati decreti che difendevano strenuamente gli interessi dei proprietari terrieri e dei latifondisti, alcuni dei quali erano anche parlamentari.

Vi fu quindi una forte presa di coscienza da parte dei lavoratori, i quali iniziarono a capire che occorreva impegnarsi in prima persona, organizzarsi, scendere in piazza uniti e compatti e rivendicare le proprie ragioni, esternare il proprio malessere. Del resto quello era un periodo di grandi trasformazioni politiche: la nascita dei grandi partiti di massa, delle organizzazioni sindacali, la diffusione di un’idea comunista che vedeva nel lavoratore il fulcro dell’azione politica, la colonna portante di una nuova concezione di Stato. Per di più il vento delle rivoluzioni e delle proteste mondiali soffiò anche in Salento, dove i lavoratori iniziarono le prime lotte, le prime occupazioni delle terre. Fu così che l’allora governo Nitti emanò un decreto (decreto Falcioni) che stabiliva che le terre incolte fossero assegnate a chi disponesse di risorse sufficienti per coltivarle; è facile immaginare che i contadini fossero lasciati fuori da questa che aveva tutta l’aria di essere una riforma-beffa; inoltre sanciva che chiunque occupasse arbitrariamente terreni di altrui proprietà fosse perseguibile penalmente.

Ma la repressione non fermò le proteste. Tutto il Salento entrò in subbuglio, si registrarono scioperi a Maglie, Galatina, Tuglie, Giuggianello, Botrugno (dove le tabacchine affiancarono i contadini nello sciopero), manifestazioni a Spongano, Cutrofiano, Supersano, occupazioni di terre a Carmiano, Bagnolo del Salento, Leverano, Galatone, Copertino, Ruffano, Muro Leccese, Poggiardo, ecc., per non parlare della protesta di Monteroni, dove il popolo scese in piazza per un vortiginoso aumento del costo del pane e, nella calca, ci fu una sassaiolata contro la stazione dei carabinieri, i quali, per tutta risposta, spararono, uccidendo diverse persone.

2018-11-24T19:42:08+00:00