La storia del Salento

GLI ANGIOINI

Carlo I dAngiò

Carlo I D’Angiò

Morto Federico II, gli succedette il figlio Manfredi, che non ebbe tempo per continuare le gesta del padre, perché fu sconfitto da Carlo d’Angiò, della dinastia degli Angioini, di origine francese, e da quel momento il Salento tornò ad essere una terra depradata, stuprata e assoggettata a imposizioni fiscali pesantissime, tanto che vi furono continue rivolte da parte del popolo, le più clamorose a Napoli e Palermo, ma anche il Salento conobbe momenti di rivolta, sfociati nel sangue. Per esempio, nel 1268 gli angioini misero a ferro e fuoco Gallipoli pensando che i gallipolini avessero tradito i regnanti (cosa non vera). Semplicemente i gallipolini si rivoltarono contro i baroni locali, che, nella debolezza del potere regnante, avevano preso un potere assoluto, riducendo in schiavitù buona parte della popolazione.

Insomma, gli angioini furono politicamente deboli, tanto deboli da lasciare il governo del territorio ai nobili senza scrupoli, i quali, forti del loro potere e privi di controlli, misero in atto un vero e proprio sistema di tirannia.

Persino il Sommo Poeta Dante, nel canto VII del Purgatorio, ebbe parole cruente contro gli Angiò per la loro politica di devastazione della Puglia, tanto da dire

«Anche al nasuto (Carlo d’Angiò) vanno mie parole non men ch’all’altro Pier, che con lui canta onde Puglia e provenza già si dole».

GLI ARAGONESI

Alfonso aragona

Alfonso d’Aragona

Intorno al 1400 arrivarono gli Aragonesi, di origine spagnola, che lasciarono al duca Raimondo Orsini del Balzo il governo della città di Lecce.

Grazie alla sua opera, la città tornò a fiorire, tanto che Lecce venne chiamata L’Atene della Puglia.

Ma la relativa tranquillità che viveva il Salento in quel periodo fu presto turbata dalle mire espansionistiche di Venezia, la quale voleva conquistare Gallipoli per farne il suo capisaldo sul mar Jonio e sui suoi possedimenti orientali. Il 13 maggio 1484 spedì la sua flotta per sottomettere la bella città, che apparteneva agli Aragonesi. La resistenza di Gallipoli fu eroica, ma vana, perchè le navi veneziane la bombardarono spietatamente da tutte le direzioni e la costrinsero a capitolare. Gran parte della popolazione fuggì terrorizzata, cercando scampo nelle contrade della Lizza, di Rodogallo, di Sannicola e nel casale di Tuglie, dove, per molteplici ragioni di sicurezza, di clima, di vita, si fermarono nei pressi della masseria Utisciano. Il 5 settembre dello stesso anno, il re Ferdinando di Aragona, tolse la città ai Veneziani e premiò la difesa dei Gallipolini conferendo loro vari privilegi e il titolo di città fedelissima. Da questa attestazione di stima ebbe origine lo stemma di Gallipoli, che raffigura un gallo coronato, reggente con le zampe una fascia col motto: Fideliter excubat.

Vi ricordate i Saraceni? Beh, non pensate che siano scomparsi, affatto. In questo lungo periodo frequenti furono gli attacchi alle coste salentine. Pensate che con la caduta di Costantinopoli (1453), i saraceni divennero più aggressivi e alle azioni di pirateria accompagnano tentativi di conquiste militari, fortunosamente respinti grazie al coraggio delle genti salentine.

Ma solo 4 anni prima della conquista veneziana di Gallipoli, i turchi riuscirono ad espugnare Otranto. Fu un vero e proprio eccidio, tanto da aver influenzato per secoli, fino ai giorni nostri, l’intero popolo salentino.

E’ il Il 28 luglio del 1480 quando i Saraceni giunsero sulle coste di Otranto con una flotta di 150 navi e 18000 uomini. Sotto la guida del sanguinario Achmet Pashà, i saraceni ingaggiano una lotta terribile che li avrebbe condotti, l’11 agosto, all’interno della città che sarebbe stata testimone di orribili nefandezze, come l’eccidio di 800 uomini, i Martiri di Otranto, che sarebbero stati decapitati per non aver abbracciato la fede islamica e i cui resti sono conservati nella cattedrale della città.

L’anno successivo il duca di Calabria Alfonso Ferdinando d’Aragona fece liberare la città, che venne fortificata, per prevenire attacchi futuri.

Ma l’invasione saracena non conosceva limiti, tanto che nel 1537 invase Castro e nel 1547 Salve, la quale riuscì a resistere.

In questo quadro, Alfonso d’Aragona, già sovrano della Sardegna, della Sicilia e della Catalogna, trovò non poche difficoltà nella gestione del territorio pugliese e cercò, per quanto possibile, di evitare ulteriori conflitti ad un popolo già martoriato da secoli di soprusi, dominazioni, razzie, imposizioni fiscali, impoverimenti, stupri, schiavitù, saccheggi, paesi bruciati e spopolati, terre abbandonate e quanto di peggiore si possa immaginare.

Ecco perché il figlio Ferdinando non deluse le aspettative del padre. Iniziò subito a lavorare per il territorio. A differenza di quanto molti pensano, il governo degli Aragonesi fu un toccasana per l’economia salentina e per la pace nel territorio. Grazie a loro il Salento riprese i commerci, i contadini ripresero – favoriti da esenzioni fiscali – a coltivare la terra e le città più martoriate, come Gallipoli, iniziarono lentamente a riprendere le attività commerciali, anch’esse grazie ad un sistema di esenzioni fiscali che produsse una ripresa economica straordinaria.

Per di più nel 1463 il re Ferdinando partì per un anno alla volta del territorio salentino, al fine di conoscere il suo popolo. Incontrò nobili, delegazioni popolari, visitò le terre, i paesi, analizzò la situazione economica e sociale e decise di concedere numerosi benefici.

Ma il personaggio che più di tutti ha dato lustro al Salento fu Carlo V, figlio di Filippo il Bello d’Asburgo e di Giovanna di Castiglia, detta la Pazza, figlia dei Re Cattolici Ferdinando II d’Aragona e della sua consorte Isabella di Castiglia.

Carlo V elevò Lecce a capitale dell’intera Puglia, realizzò nel territorio opere incommensurabili, come l’omonimo castello al centro di Lecce (eretto tra il 1539 e il 1549), che attualmente prende il suo nome, la meravigliosa città fortificata di Acaya e tutta una serie di torri costiere che servirono per la difesa del territorio dagli attacchi saraceni.

Nel 1555 Carlo V fu costretto ad abdicare a favore del figlio Filippo II che assunse la guida dei possedimenti italiani.

castello carlo V Lecce

castello carlo V Lecce

Il 1600 fu ancora un periodo di splendore per il Salento. Lecce conobbe il barocco, grazie al quale oggi viene definita la Firenze del Sud e fu meta di numerosi intellettuali che trovarono terreno fertile per le proprie opere, di cui Lecce ne beneficiò, iniziando a farsi conoscere come città mite e ideale per gli intellettuali, mentre tutto il territorio potette godere di un periodo di relativa calma. Addirittura Nel 1656 una terribile epidemia di peste decimò gli abitanti del Regno di Napoli, ma risparmiò l’intero Salento. La popolazione attribuì lo scampato pericolo all’intercessione di San Oronzo, già vescovo della città di Lecce che fu poi per questo motivo proclamato patrono della città. Anche la città di Brindisi per ringraziare l’intercessione del Santo leccese, decise di donare una colonna terminale della via Appia alla città di Lecce affinché su di essa venisse posta la statua di San Oronzo, che oggi campeggia nell’omonima piazza della città.

Certo è innegabile che quando si parla di relativa tranquillità e di splendore, ci si riferisce alla condizione del territorio nel suo complesso, ma non va trascurata la condizione della civiltà contadina: i braccianti, coloro che lavoravano a giornata continuavano a vivere, tra alti e bassi, una generale e diffusa condizione di miseria, di lavoro massacrante, di sfruttamento e analfabetismo.

Basti pensare alla celebre rivolta di Masaniello, che nella lontana Napoli, incitava il popolo contadino alla rivolta contro le pesanti tasse imposte al popolo, gridando Viva o’re e’ Spagna, mora o’malgoverno, si, perché nessuno si lamentava del governo spagnolo (considerato lontano e sconosciuto da parte delle masse contadine) ma si contestavano i notabili locali, avidi e ingordi, tanto da soffocare qualsivoglia tentativo di innalzamento sociale da parte degli strati più umili della popolazione attraverso un’imposizione fiscale pesantissima. E l’eco delle rivolte napoletane giunse fino in Salento, dove gruppi sempre più numerosi di contadini si organizzarono per sostenere le rivolte, anch’essi preda dell’ingordigia dei notabili del posto.

L’INQUISIZIONE SPAGNOLA

alessandro-magnasco-scene-dellinquisizione-1720-30

Alessandro Magnasco, scena dell’inquisizione

L’inquisizione spagnola fu fondata nel XV secolo per difendere la purezza della fede e agiva grazie ad una rete capillare di prelati, delatori, spie, nobili e borghesi che, per ritagliarsi un posto di prestigio all’interno della struttura gerarchica della chiesa o per guadagnare qualche beneficio, erano disposti ad accusare di stregoneria chiunque effettuasse pratiche anche solo leggermente diverse da quelle ammesse dalla Chiesa cattolica.

Dunque potete immaginare, cari lettori, che i tarantolati del tempo non avessero vita facile. Già tutto il Meridione era tenuto sotto stretta sorveglianza dai frati domenicani, i primi e più fedeli inquisitori, per tanti motivi: la cultura salentina e quella meridionale in genere erano state influenzate per secoli da quella orientale, bizantina. I Saraceni, nel bene e nel male, avevano lasciato negli animi dei popoli meridionali tracce indelebili del loro passaggio. Tutti gli altri popoli, spesso lontanissimi (come, per esempio gli Svevi e i Normanni) avevano lasciato testimonianze delle loro culture e dei loro riti. Per non parlare del forte senso di appartenenza alla cultura messapica prima ed ellenistica dopo, che tutt’oggi ancora persiste nel popolo salentino.

Per questo e per il peccaminoso fenomeno del tarantismo, i salentini erano invisi ai terribili frati dominicani: fino alla fine del 1700, furono tante le donne tarantate accusate di possessione demoniaca, incarcerate, emarginate dalla società o, peggio, messe al rogo. Ma di questo la storia ufficiale non ne parla.

Ma non è tutto! I parenti delle tarantate non se la passavano meglio, accusati anch’essi di andare contro la fede cattolica…già, perché i riti di guarigione, che prevedevano l’uso di numerosi oggetti, come nastri colorati, specchi, lenzuola, a volte le spade, erano visti dai domenicani come riti magici, insomma, di stregoneria. A niente serviva sapere che magari la tarantata era una cristiana devota, che andava ogni giorno a messa, lavorava nei campi e conduceva una vita di privazioni e umiltà.

A niente serviva sapere che i suoi familiari erano persone miti, lavoratori e privi di qualsivoglia velleità antireligiosa. Macché. Qualsiasi costume non accettato dalla Chiesa era considerato pericoloso, ed entravano subito in scena i santi inquisitori spagnoli.

Anche trascurando il piccolo particolare della “santa” inquisizione, la vita dei contadini all’epoca era abbastanza dura. Certo la peste aveva risparmiato il popolo salentino, ma morire delle malattie più comuni, oggi guaribili con un semplice antibiotico, era facile, per non parlare della malaria, una malattia diffusissima, ma che si curava con geniali invenzioni: li cafausi. D’inverno o d’estate, spesso gli abiti erano gli stessi, e i figli, sin da piccoli, aiutavano i genitori nei lavori agricoli. I più piccini a raccogliere la frutta, mentre i più grandi ad arare il terreno o a seminarlo, a raccogliere le olive, a vendemmiare, per poi vedere il frutto del proprio lavoro nelle mani dei nobili o dei preti, proprietari delle terre, o venduto per pagare le tante, troppe, tasse che gravavano sui coloni. Ecco che fame, fatica, pessime condizioni igienico-sanitarie portavano spesso i figli più deboli ad ammalarsi e poi a morire. Ma c’è di più. Pensate che dovettero attendere l’arrivo di Napoleone perché i propri morti fossero seppelliti in aree lontane dal centro abitato, gli odierni cimiteri. All’epoca, difatti, i morti venivano sepolti vicino casa, in luoghi simbolici, nelle campagne…e tutto ciò contribuiva a realizzare un ambiente insalubre, fonte di numerose malattie.

2018-11-24T19:42:08+00:00