La storia del Salento

LA CONQUISTA DELLA MESSAPIA DA PARTE DEI ROMANI

Anfiteatro Romano di Lecce

La diplomazia e la grande fibra morale del principe Arthas riuscirono a convincere i greci a farli vivere in pace, tranquillità, autonomia ed indipendenza, almeno fino alla venuta dei romani, i quali, dopo lunghe e continue incursioni in terra di Messapia, riuscirono a sconfiggerli e sottometterli nel 266 a.C. Va detto che Roma non ha mai gradito la presenza di popoli ricchi e potenti che avrebbero rappresentato un pericolo per le loro mire espansionistiche, e dunque, a seguito di cruenti battaglie, costate la vita di migliaia di Messapi, Roma espugnò le città fortificate salentine e le costrinse ad una resa incondizionata.

A seguito di ciò, le città messapiche erano cadute in uno stato di crisi economica e demografica. Il loro stato di esasperazione si rivelò durante le guerre puniche, quando le città messapiche si allearono con Annibale, non tanto perché gli interessasse sconfiggere Roma, quanto per tentare di riconquistare la propria autonomia. Però ai Romani non scese giù questo gesto, e difatti le proprietà delle genti del Salento furono confiscate ed assegnate al territorio demaniale, al vecchio lotto si sostituì il latifondo a lavoro schiavile, la penisola si ripopolò, ma le città messapiche avevano perso per sempre il loro ruolo di protagoniste.

Siamo ora nel 95 a.C. Marco Livio Druso propose una legge a favore dell’estensione della cittadinanza romana ai popoli italici, ma la proposta non piacque né ai senatori né ai cavalieri.

Druso venne ucciso per questo e ne scaturì la guerra civile. Anche i Messapi parteciparono alla guerra civile, nell’intento di riconquistare quell’autonomia ormai perduta, nella speranza, inoltre, di ritornare a coltivare la propria terra, di allontanare l’invasore romano che, forte della legge e delle armi, si appropriava di terre, schiavi, donne, città. Ma la guerra civile fallì e Roma premiò con la cittadinanza i popoli che non vi avevano preso parte.

Tuttavia non si può guardare alla storia di Roma nel Salento come una storia fatta solo di conquiste e razzie. Sarebbe storicamente inesatto e fuorviante. Roma ha dato al Salento strade, come la via Appia, che collega Roma a Brindisi, un anfiteatro presente al centro di Rudiae, l’odierna Lecce, un Teatro, situato a pochi passi dall’anfiteatro leccese, delle terme, sepolte sotto piazza Vittorio Emanuele (detta piazzetta S. Chiara) e molto altro.

I Romani conquistarono il Salento e ne furono conquistati, scoprendone la scultura, la pittura e il il gusto della poesia. Difatti uno dei più grandi scrittori e poeti di Roma fu Quinto Ennio.

IL GRANDE POETA DI RUDIAE: QUINTO ENNIO

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Quinto Ennio nacque nel 239 a.C. a Rudiae, una città a pochi passi dall’attuale Lecce. Fiero figlio dei Messapi, iniziò a studiare il greco sin dalla tenera età e imparò ben presto il greco, il latino e l’osco (un’antica lingua parlata in alcune zone del Meridione).

Ebbe l’intelligenza di arrularsi con i Romani nella seconda guerra punica, contro Cartagine, dove fu notato da Catone per le sue doti da linguista, poeta e scrittore. Catone lo portò a Roma nel 204 e qui ebbe la fortuna di conoscere molti intellettuali. Successivamente conobbe Scipione l’Africano e a lui dedicò una parte della sua opera più imponente: gli Annales, un poema in cui si celebrava la grandezza di Roma e in cui uscì tutta la genialità letteraria del poeta.
Fu proprio negli Annales che Ennio mise a punto diverse sperimentazioni stilistiche, come l’allitterazione e l’uso delle onomatopee (praticamente fu il primo ad usarle in un’opera letteraria). Inoltre Ennio passava dalle sperimentazioni agli arcaismi con gran disinvoltura.

Ennio fu grande amico del console Marco Fulvio Nobiliore il quale lo portò nel 189 a.C. nella campagna di guerra contro gli Etòli. Un’iniziativa che fu criticata da Catone, in quanto mai nessuno aveva portato in guerra un poeta e soprattutto perché era una pratica usata dai Greci, nemici dei Romani…
Comunque Ennio sfruttò la sua presenza nella campagna di guerra per scrivere un’opera degli Annales chiamata Ambracia.
Il suo attaccamento a Roma gli valse la cittadinanza romana nel 184 a.C. Da qui la celebre frase: “Nos sumus Romani, qui fuimus ante Rudini” (Sono cittadino di Roma, io che un tempo fui cittadino di Rudie)
Quinto Ennio, che per la sua genialità fu definito “alterus Omerus” (l’altro Omero), morì nel 169 a.C.

2018-11-24T19:42:08+00:00