La storia del Salento

GLI ANNI ’60 – ’90: LA QUESTIONE MERIDIONALE MAI RISOLTA

emigrazioneGli anni ’60 sono anni di fermento, di rivoluzione culturale, di rinnovamento, di rinnegazione dei costumi del passato. L’America e l’Inghilterra propongono nuove mode, nuovi stili di vita, veicolati anche attraverso la televisione che piano piano sta entrando nelle case della gente. L’Italia conosce un periodo di crescita economica che non ha eguali nella storia, l’automobile, simbolo di ricchezza nel passato, diventa un bene alla portata di tutti (o quasi). Ma nel Salento, nelle sue campagne, scendendo nei paesini che man mano si allontanano da Lecce, tutto sembra immobile. Uguale al passato. Niente è cambiato.

Anzi, qualcosa cambia: alla fine le terre vengono assegnate, si forma il Consorzio di bonifica dell’Arneo, che però non svolge alcuna concreta funzione. Secondo le testimonianze di numerosi contadini, vengono assegnate le terre secondo metodi clientelari. Ai poveri, a quelli senza “santi in paradiso” vengono assegnate terre sassose, pezzi di macchia mediterranea, terre difficili da coltivare. Inoltre, secondo le nuove normative, i contadini passano da “braccianti” a “coltivatori diretti”, cioè piccoli proprietari, e perdono anche il misero assegno familiare corrisposto dallo Stato. E i contadini sono costretti ad emigrare. In massa.

In sostanza, a beneficiare della spartizione delle terre sono i nuovi borghesi, gli arricchiti, i latifondisti del nuovo secolo. La riforma agraria aveva frammentato il latifondo, aiutando i contadini, ma al contempo non aveva considerato che l’estrema frammentazione della produzione agricola avrebbe sfavorito gli investimenti e le esportazioni.

A metterci una pezza ci pensano i contadini stessi, con le Cooperative Agricole, che favoriscono gli investimenti e le esportazioni.

In questo contesto inizia l’affare del tabacco. Certo la coltivazione del tabacco esisteva già dal 1902, ma in quegli anni prende una vera e propria spinta verso la produzione di massa (non più di qualità) da parte di spregiudicati padroncini, una produzione accompagnata dalle rivendicazioni delle lavoratrici. Un episodio significativo fu lo sciopero delle donne dell’opificio di Tiggiano. Fu indetto uno sciopero generale che durò ben 28 giorni, tra gennaio e febbraio del 1961, tutto il paese si strinse accanto alle lavoratrici. Queste avevano visto ridurre paghe e aumentati i ritmi di lavoro, con turni massacranti. Licenziamenti, sanzioni e punizioni non avevano regolamentazione. A volte le donne più combattive venivano lasciate a casa per giorni, e considerando che lo stipendio della donna spesso era l’unica fonte di reddito della famiglia (marito invalido, morto, emigrato, ecc.), ciò comportava la vera e propria fame per sé e per i figli. Dunque potete immaginare che il fervore dello sviluppo economico non aveva toccato minimamente il Salento.

Inoltre la famosa Questione Meridionale, inserita nell’agenda politica del tempo, fu solo discussa ma mai trattata veramente. L’obiettivo fu sempre quello di tenere il Sud alle dipendenze del Nord. Un esempio è la Cassa del Mezzogiorno, un ente fondato nel 1950 (e chiuso nel 1984) che aveva l’obiettivo di fare investimenti per il Sud e di creare le infrastrutture necessarie per appianare le divergenze economiche con il Nord Italia.

La Cassa del Mezzogiorno fu solo un contenitore politico alle dipendenze della Democrazia Cristiana e ottenne pochissimi risultati. Da una valutazione attenta della sua capacità di spesa, infatti, ne risulta che gli investimenti usati dalla Casmez per il Sud rappresentavano solo lo 0,5% del PIL, a differenza degli investimenti ordinari per il Nord, che rappresentavano il 35% del PIL. Insomma, ogni volta che una Regione del Sud aveva bisogno di fondi per un’infrastruttura, gli veniva risposto: “usa la cassa”, mentre quando una regione del Nord aveva gli stessi bisogni, venivano concessi finanziamenti ad hoc. E fu così che la Questione Meridionale venne affrontata con pochi spiccioli e tante promesse.

L’EMIGRAZIONE

In questo contesto furono tanti i salentini costretti ad emigrare.

I più lasciarono il Salento alla volta della Germania, del Belgio, della Svizzera, mete ambite, perché occorreva continua forza-lavoro ed i salari erano alti. Ma anche in questi paesi i salentini trovarono condizioni di vita pessime. A partire dalle case. Le cronache raccontano di capannoni ove vivevano più di 100 persone, i cui letti erano così tanti che dormendo ci si poteva trovare sulle lenzuola del malcapitato vicino. Tutto era in comune: bagni, cucina, docce. Gli affitti si dice che a Berna costassero 75 franchi, al cambio 11 mila lire dell’epoca (quanto guadagnava un contadino in una settimana di lavoro), e spesso i capannoni erano messi a disposizione dalle ditte ove lavoravano. Dunque con una mano davano e con l’altra prendevano…

Inoltre gli usi, i costumi e le usanze erano diverse e spesso i Meridionali non riuscivano ad integrarsi. I famosi cartelli “non si affitta ai meridionali” si ritrovavano anche all’estero.

Inoltre, nonostante qualche anno prima la strage di Marcinelle avesse sconvolto il mondo intero, erano migliaia le domande dei contadini salentini che volevano lavorare nelle miniere del Belgio. Ciò a riprova del fatto che le condizioni di vita in Salento erano pessime.

Certo, qualcuno riusciva a riscattare il proprio futuro, a mettere un po’ di soldi da parte e tornare, comprare un pezzo di terra e vivere. Ma il ritorno non era tutto rose e fiori. Una tarantata, Cristina di Uggiano La Chiesa, racconta di aver vissuto 12 anni in Svizzera, di essere tornata e di non essere mai riuscita ad integrarsi con la comunità. Molte donne vedevano le donne emigrate (e tornate con usi e costumi diversi, presi dal territorio di provenienza) come delle poco di buono.

Dunque la realtà dell’emigrazione è fatta di difficoltà ad integrarsi. Spesso nel nuovo contesto sociale e territoriale, ma alcune volte anche nel territorio di origine. Poi non va dimenticato che i fenomeni migratori continuavano a disgregare le famiglie.

A seguito dell’unità d’Italia furono molti i salentini che, per tante ragioni, furono costretti ad abbandonare la loro terra per cercare fortuna o per non morire di fame. Da allora ai giorni nostri l’emigrazione è un fenomeno ormai strutturato.

Un censimento del 1951 riporta che circa 22.800 salentini lasciarono la propria casa, di cui 2100 circa andarono all’Estero.

Però 10 anni più tardi, nel 1961, si parlava di circa 63.600 espatriati, di cui 43.700 all’estero.

Ancora oggi continua il fenomeno. Secondo i dati forniti da SVIMEZ, nel 2011 si sono trasferiti al Centro-Nord ben 19.900 pugliesi, di cui circa 9.000 salentini. Leggi il rapporto SVIMEZ.

E in Salento? Beh, piano piano, arrivando fino agli anni ’90, l’agricoltura andava ridimensionandosi, erano sempre meno le persone che decidevano di coltivare le terre, preferendo magari un posto all’ILVA di Taranto o al petrolchimico di Brindisi. Molti si davano all’edilizia, divenendo nel corso del tempo piccoli imprenditori edili.

Intanto il Salento andava trasformandosi, a volte in peggio. Sorgevano sempre più spesso le case sulle coste, che oggi hanno reso infamia a  località come Porto Cesareo o Torre Lapillo (una frazione di Porto Cesareo, completamente abusiva); la crisi sociale e petrolifera, iniziata negli anni ’70 e andata avanti a fasi alterne (fino ai giorni nostri) aveva contribuito a creare uno scollamento della società e un mercato del lavoro altalenante e a far sorgere i primi germogli della criminalità organizzata. Certo è vero che la Sacra Corona Unita è una delle mafie nate in seno ad una società in crisi, frammentata, come frammentato era il mercato del lavoro, ma nacque essenzialmente per un altro motivo: per la difesa del territorio. Era un sistema mafioso che nulla aveva a che fare con quello siculo, legato alla politica. La SCU nacque nel 1981, quando il boss della camorra Raffale Cutolo, dopo la celebre divisione, creò la NCO (Nuova Camorra Organizzata), ma lui a Napoli aveva perso i suoi privilegi e dunque cercava un territorio vergine da conquistare. E mise gli occhi sulla Puglia. Dapprima si stabilì nel foggiano, ma poi volle scendere più a Sud, dove non avrebbe incontrato ostacoli. Tuttavia un affiliato alla ‘ndrina dei Bellocco di Rosarno, tal Giuseppe Rogoli, ottenuto il permesso dal capobastone, fondò una sua organizzazione in Puglia: la SCU.

Nacque per difendere il territorio dalla NCO, ma poi si sviluppò nel mercato della droga, del contrabbando  di sigarette, della prostituzione, delle rapine. Celebre e funesta fu la rapina al portavalori della Velialpol del 06 dicembre 1999 dove persero la vita tre vigilanti di Veglie: Raffaele Arnesano, Rodolfo Patera e Luigi Pulli.

Tuttavia la SCU non ebbe un ruolo importante nella società salentina. Nessuna organizzazione criminale è mai riuscita a penetrare nella società salentina tanto da controllare i comportamenti sociali delle persone e orientarne le scelte. E difatti, secondo il Rapporto del II semestre 2008 della Direzione Investigativa Antimafia, oggi la criminalità organizzata pugliese “si presenta disomogenea, anche in ragione della persistente pluralità di consorterie attive, molto diversificate nell’intrinseca caratura criminale e non correlate da architetture organizzative unificanti”.

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L’America, canto sull’emigrazione

2018-11-24T19:42:08+00:00