La storia del Salento

IL FASCISMO NEL SALENTO

La questione meridionale fu, per un periodo, accantonata. Siamo già nel periodo fascista. Siamo in un periodo di riforme agrarie sempre promesse ma mai mantenute, dove il signoraggio locale si è trasformato, ha cambiato nome, è passato ad essere caporalato, un nome tristemente noto anche al giorno d’oggi, ma non ha cambiato l’essenza delle cose: sfruttamento della manodopera e salari poveri, che rasentano la fame. Malattie e analfabetismo dilagante. Il Meridione, incluso il Salento, soffrono di questi mali.

Per esempio, Il 15 giugno 1922 ad Ugento morì assassinato da un fascista Cosimo Profico, bracciante agricolo, da sempre impegnato per la distribuzione della terra del demanio ai contadini. Venne barbaramente ucciso con 4 colpi di pistola alla nuca.

Questo perché? Perché i proprietari terrieri furono i primi sostenitori del fascismo e della sua vittoria, potendo disporre di contadini da utilizzare come braccianti, ormai impossibilitati a scioperare (gli scioperi furono vietati dal regime fascista).

Nel 1925 Mussolini incentivò la produzione del grano al fine di raggiungere la piena autosufficienza alimentare in caso di guerra e per venire incontro alla fame di terra dei contadini.

I premi dati ai produttori e vari incentivi (uso di fertilizzanti e di sementi selezionate, ecc) permisero effettivamente l’incremento della produzione globale e della produttività per ettaro, risultati sbandierati dal regime. Si trattava però di un‘enorme concessione alla grande proprietà che vide crescere i suoi profitti con l’aumento fortissimo del dazio sul grano estero.

Tuttavia la battaglia del grano realizzò un circolo vizioso in quanto convinse gli agricoltori a coltivare i cereali a danno della zootecnia e delle colture pregiate per cui vennero distrutti vigneti e frutteti e tagliati indiscriminatamente gli alberi per valorizzare la coltura per antonomasia del latifondo conservandone i rapporti sociali (mi ricorda un po’ i tempi attuali, in cui gli imprenditori del fotovoltaico convincono i contadini a sradicare alberi d’ulivo – magari secolari – o vigneti, per far posto a freddi pannelli solari…).

Dal 1928 al ’38 ci fu il periodo della bonifica integrale, che ebbe come obiettivo quello di sanare le zone infestate dalla malaria e recuperare le aree agricole, anche per arginare l’emigrazione delle popolazioni rurali, che fuggivano dalle campagne per popolare le città. Celebre è, infatti, il racconto del viaggio di Berardo Viola verso Roma nel libro “Fontamara” di Ignazio Silone. Ma anche in questo caso si favorirono le politiche del Nord, difatti nell’esercizio finanziario 1929-30 l’Italia settentrionale beneficiò di 18 milioni di lire per opere di irrigazione, mentre solo di 1 milione e 800.000 fu lo stanziamento a favore del Sud, ancora, per opere di bonifica furono stanziati 40 milioni per la Lombardia, 135 per l’Emilia, mentre alla Puglia andarono 15 milioni e mezzo.

Anche in Puglia in vaste aree del Tavoliere, della costa ionica e del Salento interno, vennero avviati progetti di bonifica integrale con l’obiettivo di prosciugare terreni paludosi, realizzare opere di irrigazione e costruire borghi rurali per i contadini. Questi ultimi da braccianti avrebbero dovuto diventare coloni, cioè coltivatori residenti non più nei grandi paesi, ma nelle campagne dove lavoravano. Ma l’operazione fu solo di facciata, perché al regime non interessava la distribuzione delle terre, e perché i grandi proprietari terrieri si opposero, temendo di perdere forza-lavoro.

Sul piano delle culture popolari, poi, la situazione fu ancor peggiore. Il fascismo impose una cultura centrale e dominante, zittendo le espressioni culturali alternative e strumentalizzando (quindi facendole perdere di significato) quelle popolari. Da ciò deriva, in un certo senso, l’attuale accezione negativa del termine folklore, considerato negli anni successivi (ma anche nell’attuale linguaggio comune) come un aspetto pittoresco degli usi e costumi di un determinato popolo.

In altre parole il fascismo, che aveva una concezione di “cultura” come produzione artistica d’eccellenza di un popolo, ridusse le culture popolari a espressione pittoresca e volgare, tipica dei “popoli inferiori”.

E dunque fu proprio in quel periodo che iniziò una lenta e progressiva scomparsa del variegato fenomeno del tarantismo, alimentato anche da questa concezione che s’instillò negli animi del popolo salentino. Certo questo non fu l’unico motivo, ma fu un motivo determinante per la scomparsa di numerosi aspetti della cultura popolare, tanto che circa 30 anni dopo, il De Martino, antropologo e studioso del fenomeno del tarantismo, si lamentava della progressiva scomparsa di numerosi aspetti del rito curativo.

LA RIVOLTA DI TRICASE

tabacchine al lavoro acait Ticase

tabacchine al lavoro acait Ticase

Tricase, 1935. Il popolo del profondo Sud, i contadini, i cafoni, non sanno neppure chi siano i fascisti. Non sapevano, in effetti, chi fossero i piemontesi e, ancor prima, gli spagnoli. Qualsiasi potere che si è succeduto nel tempo era, comunque, qualcosa di lontano da loro. Un popolo straniero, come gli altri. Straniero alle logiche dei paesi del sud, straniero ai bisogni della gente, straniero alla povertà che affligge il Sud. Ma c’è una cosa a Tricase, piccolo centro del Sud Salento, che crea sollievo alla miseria più nera. L’Acait, un tabacchificio fondato nel 1902 per volontà dell’On. Prof. Alfredo Codacci-Pisanelli, che da lavoro a un migliaio di persone (oltre altre svariate centinaia che lavorano nell’indotto), che permette, nel bene e nel male, di avere un reddito sicuro. Ebbene si sparge la voce, tra la gente del posto, che il regime fascista vuole spostare lo stabilimento a Lecce. E’ solo una voce, niente di confermato. Ma tanto basta per scatenare la rivolta. Una rivolta che, badate bene, non prende piede solo da una notizia, peraltro non confermata, è una rivolta che trova origine nel passato, che non può permettere di togliere al paese l’unico mezzo di sostentamento per tante famiglie. Non si vuole sprofondare nella più nera miseria. Le tabacchine, così, si organizzano e si ritrovano sotto il portone del Comune. Il podestà Aymone, i fascisti, i carabinieri, hanno paura, non si aspettano una protesta. Qualcuno sostiene, per giunta, che si tratta di una manifestazione antifascista. Non era così, era una protesta per il lavoro, ma l’idea che i contadini e le tabacchine potessero avere una coscienza politica ed organizzarsi non era tollerata. Poi gli antifascisti cercavano di ricondurre la protesta in un’ottica prettamente politica, non riuscendoci.

Qualcuno getta un po’ di benzina sul portone del Comune, il podestà scappa, ma da l’ordine a carabinieri e guardia di finanza di sparare. E si spara. Si spara sulla folla. Si spara ad altezza d’uomo. Muoiono cinque persone. E ancora oggi a Tricase si sente la ferita aperta per quella vicenda. Luigi Chiriatti, un ricercatore di culture popolari, ha scritto che qualche anziano ancor oggi dice che a Tricase non si canta più dalla strage del 1935.

Curiosità: in realtà la storia dello spostamento dell’Azienda a Lecce ha un fondamento. Prima del regime fascista erano i consorzi agrari ad occuparsi della produzione e lavorazione del tabacco, ed erano sparsi per il territorio salentino. Con la riforma delle corporazioni del 1935 si costituì un unico Consorzio agrario con sede a Lecce e il 14 maggio dello stesso anno il Prefetto comunicò lo scioglimento del Consiglio d’Amministrazione dell’ACAIT. Probabilmente lo stabilimento avrebbe continuato a funzionare, ma la notizia diffusa dalla Prefettura, per come veniva data, lasciava intendere che la produzione sarebbe stata spostata.

LA SECONDA GUERRA MONDIALE PER I CONTADINI

Soldato Guerra Mondiale

Soldato salentino durante la Guerra Mondiale

La storia la conosciamo tutti. Arrivò la II guerra mondiale e con essa centinaia di migliaia di morti e un paese in ginocchio. Certo il Salento non ha subito le conseguenze della guerra, non come Roma o altri centri d’Italia. Però anch’esso ha pagato il suo prezzo con il sangue dei soldati partiti per il fronte e mai più tornati a casa. Gli unici sopravvissuti tornarono più poveri di prima. E senza terra. Chi era rimasto a casa aveva subito l’eco della guerra: mogli senza marito, figli dispersi o morti in guerra, famiglie spezzate. Un marito o un figlio al fronte significa togliere braccia alla terra, significa, cioè, far morire di fame le donne, i bambini e gli anziani rimasti a casa.

Finita la guerra, i soldati reduci dal fronte iniziavano a chiedere un pezzo di terra, chiedevano qualcosa per vivere. Dimenticati dallo Stato, ancora in fase di formazione, avevano dato tutto per la patria, senza ricevere niente in cambio. E ora volevano solo una piccola fonte di sostentamento.

La civiltà contadina ha sempre subito una storia altrui, senza mai essere resa partecipe delle decisioni, prese in posti lontanissimi da loro e da gente che non li ha mai ascoltati, ma li ha sempre sfruttati. Ciò continua, anche se in forme diverse, ancora oggi.

Chi ha saputo ben interpretare questo concetto è Carlo Levi, che in “Cristo si è fermato a Eboli”, parlando della presa di Melfi, racconta come i contadini abbiano dato un significato al brigantaggio ben diverso da come lo si racconta nei libri di scuola.

Andavo leggendo, in quei giorni, una vecchia storia di Melfi, del Del Zio, trovata frugando tra vecchi libri nella casa del dottor Milillo, dove andavo quasi ogni giorno a prendere il caffè, e a chiacchierare con Margherita e Maria, le due ragazze, sempre più baffute, ingenue e spiritate. Il libro è della seconda metà del secolo scorso, e vi si racconta, fra le glorie locali, che viveva ancora in quegli anni, a Melfi, un vecchio contadino con una gamba di legno. Era stato arruolato nell’esercito di Napoleone, e aveva perduta la sua gamba al passaggio della Beresina. Per più di mezzo secolo, il contadino zoppicò sui selciati di Melfi, portando su di sé, per i suoi concittadini, l’assurdo segno di una civiltà, che l’aveva marcato per sempre, e che egli ignorava. Che cosa importava a un contadino di Melfi della Russia e dell’imperatore dei francesi? La Storia, avrebbe detto baroccamente Victor Hugo, gli aveva preso una gamba, ed egli non sapeva neppure che cosa essa fosse. La Storia, del resto, questa Storia altrui a cui questi paesi si sono sempre dovuti rassegnare, aveva lasciato ai concittadini dello zoppo dei segni anche peggiori: poiché la rovina di Melfi, che era una città fiorente e popolosa, fu dovuta al fatto che un capitano francese, in guerra con gli spagnoli di Carlo V su per quelle montagne, decise a caso di serrarvicisi dentro con le sue soldatesche. Gli spagnoli di Pietro Navarro, agli ordini del Lautrec, assediarono Melfi, la presero, ammazzarono tutti i cittadini che trovarono, e che non sapevano neppure che cosa fossero Francia e Spagna, Francesco I e Carlo V, rasero al suolo le case, e regalarono quel poco che rimaneva a Filippo d’Orange, e poco dopo, in compenso delle sue vittorie marinare, al genovese Andrea Doria, che essi conoscevano ancora meno. Il genovese non si scomodò mai a visitare i suoi vassalli, e così fecero i suoi eredi, limitandosi a mandare degli esattori che ne cavassero tutto il denaro possibile. Così, per gli imperscrutabili voleri di una Storia che non li riguardava, i contadini di Melfi caddero, per tutti i secoli che seguirono, nella più nera miseria. Quanta gente, mossa da motivi ignoti, è passata, come i francesi e gli spagnoli, su queste terre? È ben naturale che i contadini dopo migliaia di anni di ripetute, uguali esperienze, non si entusiasmino delle guerre, diffidino di tutte le bandiere, lascino, in silenzio, che don Luigino canti, dal balcone, le glorie di Roma.

Gli Stati, le Teocrazie, gli Eserciti organizzati sono naturalmente più forti del popolo sparso dei contadini: questi devono perciò rassegnarsi ad essere dominati: ma non possono sentire come proprie le glorie e le imprese di quella civiltà, a loro radicalmente nemica. Le sole guerre che tocchino il loro cuore sono quelle che essi hanno combattuto per difendersi contro quella civiltà, contro la Storia, e gli Stati, e la Teocrazia e gli Eserciti. Sono le guerre combattute sotto i loro neri stendardi, senz’ordine militare, senz’arte e senza speranza: guerre infelici e destinate sempre ad essere perdute; feroci e disperate, e incomprensibili agli storici. 1 contadini di Gagliano non si appassionavano alla conquista dell’Abissinia, non si ricordavano più della guerra mondiale e non parlavano dei suoi morti: ma una guerra era in cima ai cuori di tutti, e su tutte le bocche, trasformata già in leggenda, in fiaba, in racconto epico, in mito: il brigantaggio. La guerra dei briganti è praticamente finita nel 1865; erano dunque passati settant’anni, e soltanto pochi vecchissimi potevano esserci stati, partecipi o testimoni, e in grado di ricordare personalmente quelle imprese. Ma tutti, vecchi e giovani, uomini e donne, ne parlavano come di cosa di ieri, con una passione presente e viva. Quando conversavo con i contadini, potevo esser certo che, qualunque fosse l’argomento del discorso, saremmo presto scivolati, in qualche modo, a parlare dei briganti. Tutto li ricorda: non c’è monte, burrone, bosco, pietra, fontana o grotta, che non sia legata a qualche loro impresa memorabile, o che non abbia servito di rifugio o di nascondiglio; non c’è luogo nascosto che non gli servisse di ritrovo; non c’è cappelletta in campagna dove non lasciassero le loro lettere minatorie e non aspettassero i riscatti. I luoghi, come la Fossa del Bersagliere, hanno preso nome da loro o dai loro fatti. Non c’è famiglia che non abbia parteggiato, allora, per i briganti o contro i briganti; che non abbia avuto qualcuno, con loro, alla macchia, che non ne abbia ospitato o nascosto, o che non abbia avuto qualche parente massacrato o qualche raccolto incendiato da loro. A quel tempo risalgono gli odi che dividono il paese, tramandati per le generazioni, e sempre attuali. Ma, salvo poche eccezioni, i contadini erano tutti dalla parte dei briganti, e, col passare del tempo, quelle gesta che avevano così vivamente colpito le loro fantasie, si sono indissolubilmente legate agli aspetti familiari del paese, sono entrate nel discorso quotidiano, con la stessa naturalezza degli animali e degli spiriti, sono cresciute nella leggenda e hanno assunto la verità certa del mito. Non intendo, qui, fare un elogio del brigantaggio, come pare che sia diventato di moda, da qualche tempo, da parte di letterati estetizzanti, o di politici in malafede. Giudicato da un punto di vista storico, nel complesso del Risorgimento italiano, il brigantaggio non può essere difeso. Da un punto di vista liberale e «progressista», quello appare l’ultimo sussulto del passato, che andava spietatamente stroncato, un movimento funesto e feroce, nemico dell’unità, della libertà e della vita civile. E lo fu realmente, nella sua realtà di guerra fomentata e alimentata dai Borboni, dalla Spagna, e dal Papa, per i loro particolari motivi. Ma il brigantaggio dei contadini è un altro: a guardarlo da quel punto di vista non solo non si può giustificarlo, ma non si riesce nemmeno ad intenderlo. Del resto, neanche i contadini lo giudicano e lo difendono, e quando ne parlano con tanta passione, non se ne gloriano. I suoi motivi storici, e gli interessi dei Borboni e del Papa o dei feudatari, essi non li conoscono. Anche per loro, quella è una storia triste, desolata e raccapricciante.

2018-11-24T19:42:08+00:00