Notte della Taranta 2016 – Brevi riflessioni

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Erano anni che non scrivevo sulla Notte della Taranta, sia perché non ero molto convinto del suo valore culturale e del legame con il territorio e le musiche tradizionali, sia perché non ritenevo necessario apportare il mio umile contributo ad una discussione intorno al Festival ampia, variegata e abbondantemente ricca di lodi e critiche. Ma quest’anno, forse perché sto giungendo ormai nel mezzo del cammin della mia vita con qualche capello bianco e la panzetta, forse mi è tornata la voglia di scriverci senza la verve e il livore di un tempo, quando ero convinto che la musica popolare fosse un bene da custodire, valorizzare e tramandare (sic!).

Ma i tempi cambiano, le cose si evolvono e anche la musica popolare salentina – ormai regredita a divertentismo nelle piazze e nelle ronde pubbliche – ha cambiato la sua funzione e il suo messaggio.

Oddio, detta così forse non è molto chiaro.

Facciamo una piccola digressione, prima di parlare del Concertone.

C’è stato un periodo in cui intorno alla musica popolare salentina e alla sua riscoperta è fiorita una letteratura senza pari e si è sviluppata un’attenzione anche da parte di studiosi, appassionati di musiche popolari, antropologi, sociologi e “turisti di nicchia” attenti al fenomeno della riscoperta, tanto che alcuni studiosi hanno iniziato a parlare di “turismo etnico” e di “turismo d’elite”, che giungeva nel Salento con il rispetto tipico di chi si avvicina a un elemento sacrale come la musica tradizionale. Poi, visto che la musica popolare, in particolare la pizzica-pizzica, attirava sempre più gente, da un lato è aumentato il numero dei gruppi di riproposta, spesso formato da ragazzini inconsapevoli e ignoranti del mondo che c’era dietro le musiche tradizionali (spesso spacciando per “tradizionali” anche canti più volte rimaneggiati o scritti di recente), mentre dall’altro è aumentato il numero di serate di pizzica, tanto da aver fatto sviluppare, in molta gente, una sorta di allergia al ritmo dei tamburelli. A dare una spinta in tal senso è stata, ovviamente, la Notte della Taranta, che nel frattempo diventava sempre più importante e affollata di gente.

Al momento troviamo un numero imprecisato di “cover band” della pizzica-pizzica (che, ovviamente, disdegnano qualsiasi altro canto alla stisa, di protesta, di lavoro, ecc.) e pochi, pochissimi gruppi di veri musicisti, consapevoli e in grado di trasmettere il valore fondamentale della musica popolare (lanciare un messaggio, informare, oltre a far divertire), tra cui ricordiamo il Canzoniere Grecanico Salentino, gli Officina Zoè, Anna Cinzia Villani (ottima ricercatrice) e pochi altri.

Questo chiarimento era necessario perché la Notte della Taranta, nelle sue finalità originarie, aveva anche il compito di valorizzare il patrimonio musicale salentino anche grazie all’ausilio dell‘Istituto Diego Carpitella, poi però nel corso del tempo ha – come dire – cambiato funzione, votandosi sempre più a Festival internazionale e staccandosi sempre più dalla funzione informativa e didattica. Ma ciò non è stato un male, tutto sommato.

Il Festival e il concertone finale hanno raggiunto anno dopo anno una maturità sempre più evidente. Dalle edizioni in cui l’organetto prorompente di Ambrogio Sparagna faceva zompettare la piazza fino all’eleganza sonora di Ludovico Einaudi per poi giungere alla ricercatezza sonora e coreografica di quest’ultima edizione, la maturità del Festival è evidente sotto gli occhi di tutti.

Carmen Consoli

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La scelta di affidare a Carmen Consoli la direzione dell’Orchestra si è mostrata azzeccata, ma soprattutto lungimirante. L’umiltà con cui Carmen si è avvicinata alla musica popolare salentina e i suoi innesti di sonorità ricercate, perfettamente compatibili con le sonorità folk locali, hanno contribuito fortemente alla maturazione di un concerto che sta abbandonando progressivamente il divertentismo inziale a favore del dialogo attento e maturo con altre sonorità, pur nel rispetto della tradizione. Un ringraziamento particolare le va fatto per l’ottima interpretazione del brano di Rina Durante (alla quale è stato dedicato il concerto) “la quistione meridionale” e per aver disorientato la piazza con una versione alternativa (direi quasi originale) di Kalinifta priva del “larilollarilollallero” molto amato dai casinisti da discoteca a cielo aperto. 

Fabrizio Mainini e il corpo di ballo

Criticata sin dall’inizio è stata la scelta di affidare la direzione del corpo di ballo a Fabrizio Mainini, coreografo di molti programmi tv della Mediaset e della RAI. Le critiche principali hanno riguardato il fatto che sarebbe stato preferibile scegliere tra i tanti talenti del territorio salentino, ma anche tale scelta – a ben vedere – è stata lungimirante e in linea con il percorso di maturazione di un Festival sempre più orientato a strutturarsi come punto di riferimento europeo e mondiale della word music.

La coreografia, dunque, studiata nei minimi dettagli, ha apportato un valore aggiunto alle musiche e alle voci che man mano si avvicendavano sul palco. Nel complesso ne è scaturito uno spettacolo equilibrato, sia nella musica che nei colori che vibravano dal corpo di ballo, mai come quest’anno ricco, variegato ed armonico.

Le voci

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Passando alle voci, il vero cuore pulsante del Concertone, non posso che restare sempre più affascinato dalla crescente maturità di voci come quella di Alessia Tondo e Stefania Morciano, senza dimenticare le voci mature e profonde come radici nel terreno salentino di Enza Pagliara, Ninfa Giannuzzi e Alessandra Caiulo. Sul versante maschile sono ormai note al grande pubblico le voci di Antonio Castrignanò, Antonio Amato e Giancarlo Paglialunga, tre colonne della musica popolare salentina. E’ dispiaciuta, però, l’assenza di Emanuele Licci, altro grande interprete, musicista virtuoso, ma soprattutto persona attenta, preparata e impegnata. Peccato davvero. Bella, infine, l’interpretazione de “la zitella” grazie alla meravigliosa voce di Luigi Marra, bravo polistrumentista e ottima presenza scenica.

Le musiche

I tamburelli di Roberto Chiga, Carlo De Pascali e Antonio Castrignanò sono anch’essi noti al grande pubblico, come anche il violino del su citato Luigi Marra. Ottima nel complesso l’esecuzione dei più noti brani della musica popolare salentina grazie agli strumenti di Gianluca Longo, Attilio Turrisi, Valerio Bruno, Nico Berardi, Alessandro Monteduro e Roberto Gemma. Il tutto grazie, come già detto, all’umile e delicata direzione di Carmen Consoli che, lo ribadisco, ha apportato un enorme contributo alla maturità delle musiche proposte sul palco di Melpignano. E’ mancata, con mio grande disappunto, la presenza di Mauro Durante, violinista eccezionale e voce prorompente del gruppo del Canzoniere Grecanico Salentino. Peccato.

Gli ospiti

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Da sempre la critica maggiore alla Notte della Taranta è stata quella di dare troppa importanza ai nomi noti della musica a discapito dei talenti del territorio. Tuttavia quest’anno abbiamo assistito ad una bella commistione tra voci note e voci locali. La voce di Fiorella Mannoia, è inutile dirlo, ha dato un tocco di eleganza all’intero concerto e dava l’impressione di essere la costola perfetta di una Carmen Consoli apparentemente in disparte. Anche Nada, Lisa Fisher e Buika hanno saputo regalare emozioni con le loro voci possenti e con la timidezza di chi si avvicina a testi in dialetto, forse poco comprensibili, ma ricchi di poesia.

Un paio di note finali degne di essere menzionate e una un po’ meno degna. La prima è la presenza del coro Made in World, composto da giovani rifugiati e richiedenti asilo provenienti da Gambia, Nigeria, Pakistan, Mali e Sudan, che ha interpretato due brani della tradizione salentina e ha dimostrato – per chi non lo sapesse – che la musica è un ponte tra i popoli e avvicina. Perché è solo la conoscenza che annienta l’intolleranza.

La seconda è la scelta di “trasformare” il Concertone in una Maratona di solidarietà per le popolazioni duramente colpite dal terremoto. Gli artisti hanno deciso di devolvere il cachet della serata e la tanta gente presente al concerto ha apportato le proprie donazioni nei tanti salvadanai dislocati lungo tutto il percorso della festa. E’ stata paventata, il giorno prima del concerto, l’idea di rimandarlo in segno di lutto, ma vale la pena riportare le parole di Carmen Consoli: “spesso si confonde Notte della Taranta con Carnevale, ma questa musica parla di un percorso di dolore e guarigione, e sentiamo, al pari di tutte le altre categorie professionali, che non smetteranno di lavorare, di voler fare la nostra parte per queste popolazioni”.

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La nota meno piacevole riguarda l’aspetto organizzativo e logistico. E’ da apprezzare la presenza delle forze dell’ordine ai varchi dell’area concerto, ma tuttavia al suo interno le bottiglie in vetro circolavano liberamente, segno che non si può lasciare a pochi agenti l’onere di controllare una massa smodata di persone. Altra nota poco piacevole è la scarsa attenzione verso i diversamente abili, i quali hanno avuto non poche difficoltà ad accedere all’area concerto. Alcuni, per evidenti barriere architettoniche, organizzative e per l’impossibilità di avvicinarsi con mezzi adeguati, hanno dovuto rinunciare.

Ora ci auguriamo che la Notte della Taranta continui con il percorso di maturazione e la porti ad essere un festival strutturato, in grado di richiamare un turismo interessato e non più ad essere un rave a cielo aperto come lo è stato negli anni precedenti. Ma la volontà c’è, le professionalità pure e l’andamento sembra essere quello giusto. Occorre solo un po’ più di attenzione verso l’aspetto organizzativo. Ma forse questo problema potrà essere superato quando si smetterà di pensare ai numeri delle presenze e ci si concentrerà su quello che serve davvero: l’attenzione verso il patrimonio culturale locale, pur nella sua mutevolezza e nel continuo e costante dialogo tra culture, che di sicuro richiamerà un pubblico più attento, anche se a discapito dei venditori di vino chimico in damigiana da 5 litri.

2018-12-05T21:01:17+00:00