Elenco tragicomico dei nuovi termini di tendenza nella musica popolare salentina

ELENCO TRAGICOMICO DEI NUOVI TERMINI DI TENDENZA

Nella Musica popolare salentina

Ci sono tante storture che accompagnano il fenomeno di riscoperta e riproposta della tradizione musicale salentina. Un fenomeno che se da un lato arricchisce il territorio di presenze turistiche, dall’altro lo impoverisce dal punto di vista culturale, evidenziando il bello di una cultura (come la pizzica, edulcorata e decontestualizzata) e nascondendo ciò che agli occhi dei visitatori può apparire come brutto o disdicevole (la povertà, i canti di protesta, le lotte contadine, i canti d’invettiva e di denuncia, etc.).

Andiamo subito a vedere cos’è cambiato nella tradizione salentina.

Neo-tarantismo

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Espressione di George Lapassade (in Gente dell’ombra, Parigi, 1982) poi ripresa dalla scrittrice e giornalista Anna Nacci, che con il suo libro “neotarantismo, Pizzica, transe e riti dalle campagne alle metropoli”, diffuse il termine perché, a suo dire, “(…) il fenomeno del neotarantismo è importante anche per superare le depressioni metropolitane, che oggi possono essere superate grazie alla musica”. Bene, allora l’avessi chiamato diversamente, anche perché così mi riduci un istituto culturale di origine millenaria, intriso di simbolismi religiosi e pagani, contornato da miti e fenomeni culturali stratificati, oggetto di studio da più di 500 anni…ad uno sfogo delle frustrazioni di chi lavora dietro un PC o è stressato dal caos cittadino. Insomma, la taranta non ce la vedo a camminare sulle strisce pedonali o a prendere l’aperitivo a mezzogiorno in un bar frequentato da affaristi, avvocati e dipendenti pubblici. La taranta popola le campagne di quella gente che la società cittadina non si è mai sforzata di comprendere. Né ieri né oggi. Ecco perché il neo-tarantismo è una forzatura e denota – ancora una volta – l’incapacità di comprendere la civiltà contadina, gli usi e costumi dei popoli del Mezzogiorno (visto non solo geograficamente, ma culturalmente) e la loro capacità di osservare le leggi naturali e di guardare alla civiltà cittadina con diffidenza e sospetto, una diffidenza nata proprio nelle tante conquiste culturali che si sono susseguite nei secoli e che oggi, con il neo-tarantismo e le sue ragioni, si ripetono.


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Continuiamo con il genere neo (quasi a dire che pizzica da sola sa di vecchio). Il termine, coniato da Pino Gala nel volume “Il Ritmo Meridiano” si riferisce al “movimento” di reinvenzione operato da Giorgio di Lecce, fondatore del gruppo Arakne Mediterranea e ha lo scopo di distinguere la pizzica-pizzica tradizionale dalla pizzica moderna. Spesso i giovani, invece di imparare le tecniche di ballo dai loro nonni (che magari abitano nella stanza accanto), le apprendono da You tube o imitando altri giovani ballerini senza comprendere se le movenze siano corrette oppure no. Tipico esempio della neo-pizzica è il ballo sensuale di alcune ragazze avvenenti che mostrano le cosce mentre ballano e si muovono in modo sensuale e ammiccante, quando non sanno che le donne di una volta ballavano con almeno 5-6 gonne addosso e non alzavano le braccia oltre le ascelle perché mostrarle appariva disdicevole. Come cambiano i tempi…

Altro tipico esempio della neo-pizzica è la differenza tra pizzicate e tarantate, due termini che un tempo erano sinonimi (pizzicate dalla taranta o tarantate erano la stessa cosa), mentre oggi il primo indica i fissati per la pizzica (insomma, quelli che non vanno ai concerti di gruppi che nel repertorio non abbiano almeno 20 pizziche su 21 canti proposti) mentre il secondo probabilmente indica i fissatissimi per la pizzica (insomma, quelli che su 21 canti vogliono 21 pizziche!).


Pizzica de core

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Termine inventato di sana pianta da Giorgio di Lecce. Sta ad indicare un ballo di corteggiamento molto sensuale in cui l’uomo cerca il favore della donna durante il ballo, la quale, a questo punto, usa un fazzoletto che, se lasciato all’uomo, vuol dire che non le è indifferente. Un’estremizzazione di questo ballo si può trovare in alcuni maestri di alcuni corsi dal dubbio valore culturale, che interpretano l’uso del fazzoletto in questo senso: se la donna lo tiene con sé, vuol dire che non gliela dà, se lo lascia all’uomo vuol dire che gliela dà (per pudore non vi dico cosa…).

P.S. Diffida da chi ti dice che il fazzoletto è un elemento essenziale per ballare la pizzica-pizzica…


Danza delle spade

E’ sempre Giorgio di Lecce che ha inventato questo termine. Si riferisce alla pizzica-scherma, una danza tra uomini in cui si mima un combattimento coi coltelli, retaggio – forse – delle usanze in voga tra le comunità nomadi anticamente insediate sul territorio salentino, ancora oggi ballata nella piccola frazione di Ruffano, Torrepaduli, a Parabita e in altri paesi adiacenti. Però nelle intenzioni dell’arguto inventore la danza delle spade ha un suono migliore ed evoca chissà quali balli ancestrali. Peccato che la danza delle spade è un termine che si riferisce ad un’altra tradizione, tipicamente scozzese

mentre in Italia identifica un ballo tradizionale che si svolge nella Val di Susa

Insomma, un po’ di informazione non guasta, anche perché proprio non capisco come abbiano fatto i ballerini a passare dai coltelli alle spade (decisamente più ingombranti…).


Festa tradizionale di San Rocco a Torrepaduli

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Se è vero che la festa di San Rocco a Torrepaduli è una delle poche che ha conservato un valore culturale, grazie soprattutto ai tanti appassionati che cercano di proteggerla, è anche vero che il contesto è cambiato molto rispetto al passato. Facciamo qualche esempio. La festa di San Rocco è composta da due fasi: una religiosa, che consiste nella messa e processione, e una pagana, che consiste nella formazione delle ronde di scherma. Per tradizione, si iniziava a suonare e a schermare solo dopo l’ingresso della statua del Santo in chiesa e dopo i fuochi d’artificio. Oggi, invece, molti (tra cui tanti salentini…) iniziano a suonare sin dalle 7-8 di sera, disturbando, così, la funzione religiosa. Per non parlare dei tanti ragazzi che bivaccano sul sagrato del santuario. A volte la gente, per entrare in chiesa, deve fare lo slalom tra le bottiglie di birra gettate a terra. Ma anche durante la fase pagana ci sono problemi. Oggi, come tutti sappiamo, nelle feste c’è un numero impressionante di bancarelle, alcune delle quali usano amplificazioni per diffondere la musica. Ma se una bancarella è posizionata in prossimità della ronda, la melodia di uno strumento a fiato, come l’armonica a bocca, sarà coperta dai suoni provenienti dalla bancarella. E anche il suono lento e costante dei tamburelli sarà disturbato. Insomma, a volte suonare in una ronda è come voler parlare al telefono, sotto palco, durante un concerto metal. Non capirete un tubo. A disturbare lo spettacolo del ballo della scherma, poi, è anche la presenza di numerosissime ronde composte da persone che vogliono a tutti i costi suonare la pizzica-pizzica. E così spesso ci si trova a stretto contatto con i velocissimi ritmi dei tamburelli che disturbano la lenta esecuzione della pizzica-scherma. Non che voglia criticare la gente che preferisce ballare la pizzica-pizzica anziché osservare, apprendere o partecipare all’esecuzione della pizzica-scherma, ma visto che la festa di S. Rocco è praticamente l’unica occasione dell’anno in cui si possono ammirare tutti gli esecutori, tutti insieme, e visto che d’estate le occasioni per ballare e suonare la pizzica-pizzica sono praticamente quotidiane, parrebbe logico rinunciare per qualche ora ai ritmi ossessivi (e ultimamente compulsivi) della pizzica-pizzica e ammirare uno dei balli più originali del Meridione, il frutto vivente dell’incontro tra popoli.


Taranta

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Allora, la taranta è un ragno. Punto. Oggi tante persone, enti pseudo-culturali, associazioni, giornalisti, alcuni musicisti, etc., usano il termine taranta per indicare un genere musicale. I nostri nonni e tutti coloro che hanno qualche rudimento di cultura popolare sanno che la musica che oggi definiscono “taranta” si chiama pizzica-pizzica, la quale è una tarantella con alcune peculiarità nel ritmo e nelle melodie, mentre la taranta è solo un ragno. Una volta si parlava di pizzica-pizzica e pizzica-tarantata per distinguere la musica di divertimento da quella curativa, ma finisce qui. La taranta non è una musica.


Ballo della tarantata

Se vieni in Salento ed assisti ad un concerto di musica popolare di giovani musicisti, e se vedi tra loro un’avvenente ballerina/cantante, è probabile che ad un certo punto sentirai dire: “ora è arrivato il momento di farvi vedere il ballo della tarantata”. Con ogni probabilità la ballerina vi chiederà di formare una ronda, al ché scenderà dal palco e si metterà a ballare come una pazza, girando senza senso intorno, badando di tenere gli occhi chiusi per dare l’effetto trance. Nella loro inesistente conoscenza del fenomeno del tarantismo, quello è il ballo della tarantata. Bene, ti consiglio di assistere comunque allo spettacolo, così capirai con estrema esattezza cosa non è il ballo della tarantata. Perché ci sentiamo offesi da queste esibizioni? Perché i nostri anziani ancora hanno nelle orecchie le grida e i gemiti delle tarantate, donne che soffrivano, insieme alla loro famiglia. Il tarantismo era un male e la musica era una cura. Oggi è doveroso ricordare il fenomeno, di certo non spettacolarizzarlo.


Ronda

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In realtà il termine non ha subito mutamenti lessicali, semmai è cambiato il modo di concepirla. La ronda è il cerchio magico, un cerchio composto da suonatori e spettatori al cui centro una coppia alla volta balla per il tempo necessario prima che la ballerina cambi partner o un’altra coppia chieda il cambio. Prima accadeva questo: Se c’era un suonatore di organetto o di fisarmonica, aspettavano che questo iniziasse a suonare per dare il ritmo. Se non c’era, qualcuno iniziava, con un tempo abbastanza andante ma non veloce, e gli altri si accodavano. Ne seguiva un ritmo terzinato pressoché stabile e che poteva durare anche ore, magari cambiando il tempo tra una strofa e l’altra, solo se tutti i suonatori si conoscevano talmente bene da potersi permettere di farlo. E così la coppia iniziava il ballo, seguendo il ritmo certo e cadenzato dei tamburelli. Nessuno, dunque, si permetteva di cambiare ritmo se non richiesto dal ballo e condiviso da tutti. Oggi accade questo: si forma una ronda di ragazzetti (alcuni con tamburelli made in China, perché costano poco, ma sono fatti con materiali tossici e si rompono dopo mezz’ora di suoni) e uno di questi dà un ritmo velocissimo col tamburello, pretendendo che l’organetto o la fisarmonica lo segua. Poi si accodano gli altri, ma il ritmo è così veloce che molti escono fuori tempo e qualcuno, magari neofita o con un tamburello dalla pelle allentata (e quindi più ruvida) inizia a sanguinare. Il capo del ritmo inizia a fare i suoi virtuosismi: controtempi e accenti diversi, tanto che il resto dei suonatori va fuori tempo. Il tizio con la mano sanguinante fa il galletto con le ragazze e, con aria compiaciuta, dice: “guarda che ho”, mostrando tamburello e mano sporchi di sangue. Fa molto macho. Nel frattempo i suonatori sono in preda alla confusione più totale, ma il capo continua imperterrito i suoi virtuosismi incurante del fatto che gli altri vanno fuori tempo e i ballerini non sanno su che ritmo muoversi. Nel mentre la gente che assiste dice: “guarda, stanno suonando la taranta tradizionale!” e fanno foto a un gruppo di suonatori fuori tempo e di ballerini che si muovono senza senso. Nella confusione generale, altri ballerini entrano nella ronda e iniziano a muoversi come se fossero in discoteca. Se qualcuno prova a farli uscire dalla ronda, questi, indispettiti, rispondono di tutto punto: “sto ballando la taranta”. E allora se c’è qualche suonatore o ballerino esperto, ha due possibilità: litigare o abbandonare la ronda. I più tenaci litigano, ma alla fine abbandonano. A volte, però, si formano ronde di suonatori esperti (non solo dal punto di vista musicale) e la ronda torna ad essere quel cerchio magico in cui l’armonia musicale e coreutica si svolge alla perfezione e la tradizione torna ad essere viva. Ma ultimamente queste situazioni sono sempre più rare negli eventi pubblici.


Tamburello

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Anche questo termine non ha subito mutamenti lessicali, ma è cambiato proprio lo strumento! Oggi gli artigiani sono in crisi. Il tamburello artigianale è stato soppiantato dal tamburello cinese: economico e variopinto. Con 10 euro puoi portarti a casa un tamburello con su scritto “Salento” o addirittura personalizzato con il tuo nome, scritto con l’uniposca! Certo…se vuoi suonarlo incontrerai qualche difficoltà (tipo…si rompe subito!) e ti verrà il sospetto che la pelle non è proprio pelle e il legno è di truciolato, ma costa poco! Il detto salentino “comu spienni mangi” (mangi per quanto spendi) vale sempre. E’ curioso vedere molta gente comprare un tamburello cinese come souvenir del Salento, visto che viene dalla Cina e si può trovare dappertutto, in ogni paese d’Italia e del Mondo (sarà la scritta “Salento” e il disegnino del ragno che lo rende tipico?).


Ritmo del tamburello

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Una volta c’erano, nella tradizione musicale salentina, moltissimi ritmi, ognuno dei quali assolveva ad uno specifico ruolo ed era funzionale ad un determinato canto. Oggi i suonatori più esperti conoscono diversi ritmi, ma per loro è pressoché impossibile eseguirli in contesti pubblici. Il ritmo più conosciuto viene appreso da molti giovani non dal nonno o da un suonatore esperto (come avveniva una volta) ma da corsi tenuti da maestri improvvisati, YouTube o amici e conoscenti. Non che questi metodi di insegnamento siano sbagliati, anzi. Cambiano i tempi e cambiano i metodi. E in più sono sistemi utilissimi per chi vive fuori dal Salento e vorrebbe comunque imparare. Ma rattrista e sdubbia vedere tanti giovani salentini che, anziché imparare direttamente e gratuitamente dalla fonte (fin quando è in vita…), si affidano a corsi a pagamento che spuntano come funghi e tenuti a volte da gente mai vista nelle ronde (il ché lascia perplessi…come si può insegnare una danza folk senza aver mai frequentato un contesto folk?). Dopo due settimane di pratica, il neo-tamburellista – con un tamburello cinese nuovo nuovo tra le mani – si sente già esperto, tanto da entrare nelle ronde con il piglio del musicista navigato e imporre un ritmo veloce (i suonatori esperti si riconoscono quando sanno tenere un ritmo lento e costante), ma dopo 10 minuti inizia a perdere colpi e ad uscire fuori tempo. Per orgoglio, anziché riconoscere di essere inesperto, si volta verso il compagno accanto e dice, con tono grave e sguardo accusatorio: “stai andando fuori tempo”. Ma non è finita qui. I più di questi neo-suonatori trovano altri suonatori improvvisati ed insieme decidono di fondare un gruppo musicale. Ed è così che vi troverete ad assistere a canti improvvisati, balli delle tarantate, arrangiamenti pressoché uguali a quelli della Notte della Taranta, virtuosismi improvvisati col tamburello e un repertorio musicale poverissimo, che racchiude pressoché una ventina di canzoni (quando va bene) mentre sappiamo che il repertorio tradizionale conta un numero imprecisato di canti, sull’ordine delle migliaia, molti dei quali sono stati anche trascritti e registrati. Quindi non avrebbero scuse a riproporre i canti della tradizione salentina. Ma forse li trovano noiosi (come qualcuno trova stonati i cantori tradizionali…).


Contaminazione

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Termine bruttissimo, che richiama alla mente malattie organiche, oggi viene utilizzato spesso in Salento per indicare un miscuglio di generi musicali che alcuni gruppi di musica popolare, con orgoglio, propongono sui palchi come per dire che la pizzica deve evolversi, deve incontrare nuovi generi musicali. Ed è così che spesso si sente parlare di pizzica-jazz, pizzica-reggae, pizzica-ska, pizzica-rock… In realtà la contaminazione è sempre esistita. Da sempre il Salento è stata terra di passaggi, di conquiste, di popoli che hanno trasmesso i loro usi e costumi e, di conseguenza, la loro musica. La pizzica è frutto di una contaminazione iniziata ai tempi dei Messapi (se non prima) e protrattasi fino ai giorni nostri, ma la differenza è che una volta la musica si evolveva consapevolmente, naturalmente, nella continuità della trasmissione orale, oggi, invece, molti gruppi nati di recente imparano in poche settimane uno strumento, iniziano a suonare sui palchi e pensano che la pizzica sia sempre stata quella, che alla lunga è noiosa e bisogna cambiarla, cercando di “modernizzarla”. Dunque la differenza tra la contaminazione di ieri e di oggi sta nella differenza tra evoluzione naturale e forzatura…

2018-12-08T17:12:19+00:00